Coppa Vanderbilt, 1936

Il prestigioso trofeo automobilistico vinto da Nuvolari nel 1936 a Roosevelt Field, New York.

E’ al Museo Nicolis la leggendaria Coppa Vanderbilt. Il prestigioso trofeo automobilistico vinto da Nuvolari nel 1936.
Probabilmente il trofeo più grande realizzato nella storia.
In argento massiccio alto 70 cm, pesa 70 kg e non era mai uscito dagli Stati Uniti. Fu realizzato da Cartier per il magnate George Vanderbilt per rilanciare la corsa dall’omonimo nome che il nonno William Vanderbilt, appassionato di auto sportive, aveva promosso già nel 1904.

Nel 1936 se la aggiudicò Tazio Nuvolari su un’Alfa Romeo 12 cilindri, vincendo la corsa di 300 miglia disputata nello Stato di New York sul tracciato denominato Roosevelt Raceway. L’anno successivo la prestigiosa gara americana venne vinta dal grande pilota tedesco Bernd Rosemeyer su Auto Union. Poi, quella gara non venne più disputata e della Coppa, che doveva essere aggiudicata definitivamente al pilota che avesse vinto per primo due edizioni della gara, si persero le tracce.

Ora, quella Coppa Vanderbilt è a Verona, al Museo Nicolis. A portarla in Italia è stato Luciano Nicolis che affermò: “Sono felice e orgoglioso di essere riuscito in questa impresa, per chi ama il mondo dell’ auto, il valore simbolico di questa Coppa è inestimabile. Da collezionista, inoltre, sono felice di avere portato in Italia un pezzo unico che non è mai uscito dagli Stati Uniti e che il pubblico italiano non avrebbe mai potuto vedere. Se poi consideriamo la storia di questo Trofeo, in un certo senso è come se lo avessi riportato a casa”.

Il percorso della Coppa Vanderbilt è all’altezza della sua leggenda.William Vanderbilt voleva creare negli Stati Uniti una competizione simile alla franco-americana Gordon Bennet, mettendo in palio un trofeo destinato a valorizzare l’immagine e il prestigio della sua famiglia. Le prime edizioni della gara si svolsero a New York; successivamente la competizione si trasferì in California, fino al 1916, quando gli eventi bellici e la concomitanza di altre gare posero fine alla manifestazione. Il nipote George Vanderbilt la ripropose, presumibilmente per le stesse ragioni di prestigio familiare, nel 1936, allettando le scuderie di tutto il mondo con il monte premi stratosferico di 85.000 dollari!!

Molte Case automobilistiche europee, fra cui Alfa Romeo (la cui squadra corse era gestita da Enzo Ferrari), risposero all’invito del miliardario americano. Le 3 monoposto 12C-36 (destinate a Tazio Nuvolari, Nino Farina e Tonino Brivio ) furono spedite in America con il transatlantico Rex, una scelta che aumentò ulteriormente l’impatto mediatico dell’avvenimento. La corsa del 1936 ebbe un unico, indiscusso protagonista: Tazio Nuvolari. Il grande pilota italiano sbaragliò non solo gli americani, ma gli altri piloti internazionali, una ragione in più per dare alla vittoria dell’Italia del ventennio una risonanza incredibile.
Le foto dell’epoca mostrano Nuvolari, letteralmente seduto all’interno della grande Coppa, che brinda con un magnum di champagne.

Al Museo Nicolis conserviamo molte testimoninaze di Tazio Nuvolari nel nostro Centro Documentazione.

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“Il 12 ottobre 1936, sulla pista di Roosevelt Field alle porte di New York, Nuvolari vince la Vanderbilt Cup. Il giorno seguente la Gazzetta dello Sport titola: –Tazio Nuvolari vince di prepotenza in terra d’America sbaragliando tutti gli avversari del vecchio e del nuovo mondo e riaffermando la supremazia assoluta dell’automobilismo italiano-. Nuvolari, il mantovano della Scuderia Ferrari, diventa lo sportivo italiano più acclamato al mondo: -Un trionfo italiano nell’anniversario dell’imperitura gloria di Cristoforo Colombo-. E dopo il soprannome di “Campionissimo”, di “Mantovano Volante” ecco che gli americani gli attribuiscono un altro appellativo: “il diavolo della velocità”.

Sul Circuito di Roosevelt Field, costruito per iniziativa della famiglia Vanderbilt in un luogo poco distante dal tracciato sul quale nel 1904 si era corsa la prima Vanderbilt Cup e adiacente all’aeroporto dal quale prese il volo il grande aviatore Charles Lindbergh, Tazio dimostra al pubblico la propria classe. Già nelle prove è il più veloce dei piloti americani che accusano un gap di 10 secondi al giro. Subito dopo il via il mantovano impone un’andatura impossibile anche per i suoi compagni di squadra e ad un terzo della corsa doppia già tutti gli avversari nonostante due soste ai box per un rifornimento di carburante e un cambio delle candele della sua Alfa Romeo. Vince percorrendo 482 chilometri in 4 ore e 32 minuti ad una media di 106 km orari precedendo Wimille su Bugatti di 12 minuti! Il primo dei piloti statunitensi è Mauri Rose distaccato di 25 minuti. Così la Gazzetta dello Sport definisce l’azione del mantovano: -Da Tazio Nuvolari anche i più celebri guidatori americani hanno imparato come si guidi nelle curve, come si superi un concorrente in velocità e come si lotti gomito a gomito nei momenti più difficili e più rischiosi della corsa-.

Al termine della gara gli organizzatori portarono la preziosa Coppa Vanderbilt, disegnata dalla Maison Cartier, e Tazio davanti a quella enorme coppa, festeggiò calandosi all’interno.”

Si ringrazia per il testo il Museo Tazio Nuvolari, Mantova.

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Nuvolari aveva gli occhi neri e ardenti e penetranti.
Nuvolari era alto un metro e sessantacinque.
Nuvolari pesava sessanta chili.
Nuvolari amava la folla. E faceva tutto quello che la folla gli chiedeva: coraggio, invenzioni, spettacolo. E la folla lo riamava lanciandogli baci e parole d’amore.
Nuvolari correva per istinto e per passione.
Nuvolari correva per i soldi. Ma ai soldi sapeva anche rinunciare, come quando, proprio alla Vanderbilt del ’36, rinunciò a 5 mila dollari per un’intervista radiofonica di cinque minuti per andare a correre gratis su una pista sconosciuta in una corsa sconosciuta organizzata da un italiano sconosciuto.
Nuvolari voleva solo vincere, ma…
Nuvolari sapeva lottare con la stessa rabbia per il primo come per l’ottavo posto.
Nuvolari faceva le curve urlando. Urlando alla morte. E la morte per ghermirlo gli stracciava la carne, gli rompeva le ossa, gli bruciava gli occhi. E si vendicava rubandogli due figli, Alberto e Giorgio, entrambi al compiere dei diciotto anni.
Nuvolari conosceva Dio. E portava i suoi Santi cuciti all’interno della tuta.
Nuvolari era fascista, ma era soprattutto italiano. Ha corso sempre con un nastrino tricolore al collo.
Nuvolari era ricchissimo. Con le corse ha guadagnato cifre paragonabili ad oggi a decine e decine di miliardi.
Nuvolari aveva l’aereo personale, un Seaman 202, con il monogramma TN e la tartarughina dannunziana dipinti sulla fusoliera.
Nuvolari era elegante. Si serviva a Londra: vestiti, camicie, pullover, cravatte e soprattutto scarpe nei posti che sono ancora oggi famosi tra Chelsea e Belgravia: G.& H., per gli abiti; Hackett per i maglioncini, anche quelli da gara; Turnbull and Asser per le camicie; Pickett per le scarpe (una speciale e rinforzata, perche aveva una gamba più corta di quattro centimetri); James Lock per i cappelli, rigorosamente fatti a mano. E le tute, i pantaloni e i giubbottini da corsa da Kent e Kurwen, al 39 di St. James Street.
Nuvolari non scriveva, telegrafava.
Nuvolari scriveva solo per i contratti, le clausole d’ingaggio e i rapporti d’affari.
Nuvolari non si fermava mai: correva sempre e ovunque, con qualsiasi auto: emblematico il ’35, undici corse in tre mesi: 12 maggio a Tripoli (4° assoluto); il 19 a Bergamo (1°); 26 maggio a Berlino, all’Avus (1° in batteria, non entrato in finale); 9 giugno a Biella (1°); 15 giugno i record di velocità sulla Firenze Mare; 7 luglio a Torino (1°); 14 luglio in Spagna (3°); 28 luglio in Germania, Nurburgring (1°); 4 agosto a Livorno, Coppa Ciano (1°); 11 agosto Gran premio di Svizzera (5°); 18 agosto Gp di Nizza (1°); 1 settembre Corsa allo Stelvio (2°); 8 settembre Gp d’Italia a Monza (2°); 15 settembre Circuito di Modena (1°); 29 settembre Brno (2°). 15 gare in cinque mesi, con le relative prove in mezzo, 17 nel corso dell’anno intero e otto volte primo. Stesso ritmo nel ’36, quando Nuvolari vinse la Vanderbilt e l’Italia del calcio, guarda caso, il Mondiale. 13 gare, 6 volte primo.
Nuvolari sperava davvero di morire in corsa “la morte giusta per un pilota”. A Goering che gli chiedeva se non avesse paura di morire in una curva rispose: “Lei dove spera di morire?”. “Nel mio letto”, rispose il gerarcone. “E non ha paura di coricarsi tutte le sere?”.
Nuvolari ascese al suo Calvario con dignità. Le ultime gare (12 in quattro anni, lui che ne faceva 15 in tre mesi!) furono un martirio, ma riuscì a vincere ancora quattro volte, con due imprese memorabili, una alla guida della Cisitalia 202 spider da 1500cc. Primo assoluto, sino a quando una grandinata sfregiandogli il viso non lo costrinse a rallentare facendosi superara da Clemente Biondetti alla guida di un’Alfa Romeo chiusa. Arrivò comunque secondo assoluto e primo di classe. La folla lo portò in trionfo. E nel ’48, altra galoppata trionfale alla Mille Miglia con la Ferrari 166S: è in testa, nonostante abbia perso un parafango e poi il cofano. A Firenze, la rottura del perno di una balestra, lo costrinse al ritiro. Il 10 aprile 1950 l’ultima gara, la salita al Monte Pellegrino, a Palermo, con l’Abarth – Cisitalia 204: primo nella 1100 e 5° assoluto.
Nuvolari non annunciò mai il suo ritiro dalle corse.
Nuvolari morì nel suo letto l’11 agosto del 1953. Lo vestirono come se fosse morto in pista, il caschetto di tela bianco, il nastrino tricolore al collo, il maglioncino giallo con la tartarughina, i pantaloni azzurri e le scarpe da corsa, quelle inglesi, fatte su misura.
Nuvolari oggi è un modo di dire (Ma chi credi di essere, Nuvolari?), un aggettivo sostantivato, una cosa di tutti. Come pochi altri miti di questo Paese: Carnera, Coppi, Bartali.

Testo di Maurizio Refini, Presidente UIGA, Unione Italiana Giornalisti dell’Automobilismo, 2006.

Video storico della gara, Coppa Vanderbilt 1936

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